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Ven, Ago
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Elefante Vincenzo - Critica

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In questo momento storico dove le “ideologie” di estrema destra e sinistra hanno fallito, l’arte si pone come ipotesi di vita. Cerca nell’armonia, nell’equilibrio, nella bellezza il modo per riequilibrare il caos del mondo in cui viviamo. L’arte si deve riappropriare del ruolo centrale nella società ed essere trainante e determinante per Io sviluppo della stessa. Il corso di pittura si propone di dare una gamma di orientamenti molto vasta della propria formazione tecnico-culturale nella quale non deve contrapporre linguaggi tradizionali a quelli contemporanei. Sarà svolto nella maniera più aperta possibile al confronto sulle tecniche e ricerca dei nuovi materiali e nuove tecnologie, con maggiore attenzione a ciò che accade oggi. L’operazione di conoscenza che svilupperò con gli allievi è un’operazione liberatoria. L’uomo più conosce, più è libero. Il disegno, la pittura, la fotografia, la scultura, il computer, internet sono strumenti che l’uomo possiede per conoscere il mondo, per indagarlo, per analizzarlo. Non credo che esista una regola nella pittura: c’è solo questo trattenere le emozioni, questo dissiparsi, non dissolversi, ma conoscerla, capirla, sperimentarla e si ritrovi con un’apertura maggiore su tutto. Un diverso modo per guardare il mondo esterno, ma soprattutto si ritroverà una più sicura libertà interiore e gli strumenti per difenderla. Il poeta Renè Char dice: ” l’uomo é consacrato al senso; egli vive in quell’inquietante esaltazione dei simboli sempre moltiplicati, sempre agenti tra di loro come simboli, di quei segni, che si osservano reciprocamente di nascosto e si rispondono l’un l’altro in un linguaggio (pittura, scultura, fotografia, etc.) che possiede lo stesso tesoro di parole del silenzio delle notti.” La prassi dell’arte non è preceduta che da se stessa: è posizione di se. Ciò che la caratterizza l’istantaneità del suo inizio: essa non prosegue niente che la precede e nulla di ciò che la precede ne spiega l’avvento. Essa si presenta come una parete ripida, nessuna attesa la attrae e nessun preparativo la anticipa. Essa è irruenza pura.

Vincenzo Elefante


Le opere di Enzo Elefante appositamente create per questa esposizione rientrano a pieno titolo in ambito sociale Dalle parole dell’artista si scopre che l’ispirazione per i soggetti scelti nasce dall’intenzione di rappresentare quella numerosa parte di società in Italia, la quale svolge lavori che gli italiani non svolgono più. Questo nuovo gruppo sociale, nonostante si sia formato di recente, è stato osservato dall’artista attentamente ed a lungo. L’intento, quindi, è di ordine sociale; la motivazione è a cavallo tra sentimento umanitario e riflessione su quella comunità e non solo, sul mondo, sull’uomo. Nello stesso tempo viene da chiedersi, ma da quando la pittura necessita o chiede motivazioni? In realtà da sempre la pittura s’ispira, nasce e sgorga proprio da questo, ovvero dall’attenzione che gli artisti rivolgono a ciò che li circonda, li colpisce, A volte, un accadimento, un pensiero, un’immagine fuggevole o reiterata, un caso, si fissa e si posa nella retina e nei pensieri di un artista sino a generare un’opera di pittura al cui interno la pittura stessa vive a prescindere dall’ispirazione, dall’evento, dal fatto stesso da cui ha avuto origine. La storia dell’arte è costellata di esempi di straordinaria pittura, che richiamano alla mente l’accaduto, che, altrimenti, resterebbe silenzioso nelle pagine della storia, dentro i libri, muti senza un occhio che li legge, mentre sulle tele ancora urlano, vibrano, grondano e narrano vigorosamente. Dalla “Zattera della Medusa” di Gericault, a “Guernica” di Picasso, dalla “Morte di Marat” di David sino ai ritratti icona di Mao Tse Tung di Wharol passando per migliaia di esempi nella storia dell’arte, vicende, uomini, natura e mondo sono sempre stati soggetti scelti dai pittori. Enzo Elefante ritrae volti o parti di essi in un grande formato. Gli occhi, la bocca, un profilo, ricoprono tele di un metro per un metro e mezzo, di 90 centimetri, di centoventi etc… La sovradimensione degli occhi, che guardano intensi ed espressivi, con le cornee luminose e nere immerse nel bianco abbagliante, è inscritta in una porzione di volto dalle sopracciglia sino alle narici. Le linee, che definiscono i tratti, sono solchi fatti dal pennello, che “ara” la pittura. La pittura, allora, diviene un territorio sconfinato, nel quale il viaggio, intrapreso dall’artista, trascina lo sguardo di chi si avventura in quel percorso. La materia è come bitumosa, i tratti sono forti e decisi. Una piega, una ruga segnano piccole valli, scoscese e risalite, dossi e colline, nessuna distesa o placida pianura. Questi ritratti appaiono come terre lontane, regioni impervie, inesplorate, misteriose e forti, ma anche solitàrie e silenziose. In questi ritratti anonimi si leggono tante storie non espresse e forse simili tra loro. In queste la speranza e la fatica sono sempre insieme ma anche velate di una malinconia muta che affiora sempre in ognuna. E’ certamente questo l’ingrediente che costituisce l’argomento portante di questo ciclo di opere. Il vero soggetto di tutti i quadri è, infine, la malinconia esistenziale che pervade e si posa su quegli itinerari di vita, su quelle pelli affaticate e vela gli sguardi intensi che non smettono di guardare chi guarda loro. Dall’intensità di questi dipinti si capisce allora cosa ha spinto l’artista a scegliere questi soggetti, si intende cosa lo ha motivato e stimolato, ispirato e determinato a costruire un ciclo così intenso e forte. Lo sguardo degli artisti coglie cose che normalmente sfuggono e forse accade a tutti di notare, registrare, ma solo loro ed i poeti sono in grado di restituire pienamente e con efficacia ciò che hanno colto nel mondo.

Barbara Tosi