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Gio, Dic

Siciliano Antonio - Critica

ANTOLOGIA DELLA CRITICA:

Nino Daniele
assessore alla cultura e al turismo
del comune di napoli

Antonio Siciliano

Dopo il “Finito”
PAN | Palazzo Arti Napoli – 19 gennaio al 2 febbraio 2016

Accosto le opere del Maestro Siciliano, esposte al PAN e presentate in questo catalogo, con un atteggiamento misto di prudenza e di rispetto, ma anche, da Assessore alla Cultura della città di Napoli, con sincera soddisfazione e un po’ di orgoglio.

Non capita sempre di poter esporre nel nostro Palazzo delle Arti, il luogo cittadino dedicato all’arte contemporanea, i lavori di un autore che sia allo stesso tempo così significativo per la ricerca artistica degli ultimi decenni, stimato e riconosciuto ben oltre i confini “napoletani” eppure espressione purissima, incontestabile, della nostra storia, della nostra cultura.
Orgogliosi, dunque, ospitiamo le opere di Siciliano nelle nostre sale, ma con prudenza ci accostiamo ad esse, affascinati dalla disposizioone sapiente delle linee e dei colori, incuriositi e catturati, quasi trascinati dalle citazioni in esse contenute, curiosi di cogliere o di lasciar emergere in noi l’insieme più inatteso dei rimandi e delle suggestioni.
Sappiamo di essere davanti all’esito di un lungo percorso artistico e di una riflessione anche personale estremamente impegnativa, con la quale siamo lieti di poter aprire nel PAN una nuova intensa stagione di esposizioni e di incontri d’arte e di cultura; una stagione che ci auguriamo sia ricca di successi e di stimoli come è stata quella immediatamente precedente.
Traiamo dunque dalla possibilità che abbiamo avuto di poter presentare l’opera di Antonio Siciliano un auspicio favorevole per la nostra città e per la sua vita culturale, di cui essa stessa testimonia la vivacità e la ricchezza e della quale è, a mio parere, tanto fortemente rappresentativa.


Giovanna Cassese

Dopo il finito _ In dissolvenza

Opere di Antonio Siciliano dal 2010

Il tempo è un’illusione.
(Albert Einstein)

Non solo il numero degli atomi, ma anche quello dei mondi è infinito.
(Epicuro)

Può essere artista solo colui che ha una intuizione dell’infinito.
(Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel)

La mira dell’artista deve essere superiore a quella dell’arciere poiché punta all’infinito…
(Valentino Zeichen)

E’ bello, quasi esemplare, scoprire che un artista, un Maestro, schivo ma sempre impegnato, alla soglia dei suoi ottant’anni e dopo una lunga assenza dalle scene dell’arte, decida di mostrare con entusiasmo e vitalità i suoi lavori dell’ultimo lustro al pubblico napoletano, e non solo.

Antonio Siciliano, infatti, con questa personale al PAN presenta alla città la sua produzione artistica più recente, frutto di una ricerca espressiva dal segno fortemente personale e ricca di una storia davvero lunga, una storia artistica iniziata un sessantennio fa, alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, appunto, da quando ancora studente ha iniziato ad esporre con assiduità a rassegne locali e nazionali.

Mi preme in prima istanza sottolineare qui il profondo legame dell’artista con l’Accademia di Belle Arti, e con quella di Napoli, in particolare, istituzione cardine della vita artistica partenopea dalla metà del Settecento ad oggi, riconoscendo il fil rouge che unisce l’artista e il docente, in quel territorio, fisico e mentale, che è il fare arte. Allievo di Emilio Notte nella stessa classe di Errico Ruotolo,di cui fu grande amico, Antonio Siciliano si diplomò in Pittura nel 1960. Dal 1962 divenne docente di Discipline pittoriche al Liceo Artistico, prima a Lecce e quindi dal 1966 a Napoli. Poi ha insegnato in Accademia – appena istituita la cattedra di Tecniche pittoriche - dal 1980 al 2000 ed è stato tra le presenze certe della vita artistica dell’Accademia e della città degli ultimi decenni del secolo XX. Infatti la sua feconda e felice carriera di artista non può leggersi disgiuntamente da quella di Maestro ed ha partecipato alle diverse stagioni della vita artistica partenopea dall’elaborazione del linguaggio pittorico appreso da Emilio Notte e lo studio delle avanguardie, prima di tutto Cubismo, I e II Futurismo, passando poi per l’Informale, l’arte sociale degli anni Settanta e il cosiddetto ritorno alla pittura negli anni Ottanta. Amore per il disegno, per la pittura, per la libertà d’espressione e per la centralità dell’arte in tutti i suoi aspetti informano da sempre la sua alacre attività di docente e di artista. Riservato, ma non schivo, dotato di un sottile senso dell’humor, stabiliva rapporti professionali e cordiali con gli studenti. Il suo magistero è stato importante per intere generazioni di artisti e oggi alcuni di loro sono docenti in Accademia e continuano la mission della didattica dell’arte. Ha sempre inteso le tecniche in maniera innovativa, fuori dagli schemi, ma come pensiero estetico e come reale possibilità di sperimentazione. La forte coscienza etica e politica, la grande competenza tecnica e la profonda conoscenza della storia e della storia dell’arte dal passato al presente sono state le caratteristiche del suo magistero in Accademia, teso a trasmettere i fondamenti della grammatica del disegno e i valori formali della pittura per formare artisti consapevoli e completi da un punto di vista culturale e tecnico. E la passione che ha profuso nella didattica è specchio dell’impegno che traspira anche dalle grandi tele in mostra. Instancabile, non ha mai smarritola passione che è vocazione per la pittura, sua vera ragione di vita,continuando alacremente e quotidianamente il suo lavoro nel suo studio a Portici, riflettendo dall’interno sul linguaggio stesso della pittura e riattraversando le grandi correnti del Novecento dal Futurismo, alla Metafisica all’Informale, reinterpretando ed esprimendo la sua realtà interiore e la sua cultura, la profonda conoscenza della classicità, della filosofia della storia dell’arte ha maturato una sua cifra stilistica assolutamente riconoscibile. E dopo le primissime opere ancora figurative,passando per l’impeto istintuale del gesto pittorico, che riporta alla memoria pratiche dell’Informale, fino alle sue opere più mature degli anni Settanta ed Ottanta, oggi sembra superare tutto ciò a favore di un linguaggio che ha fatto tesoro di tutte le esperienze pregresse e che le “cita” contestualmente con grande libertà: un linguaggio, che nell’accentuare la forza poetica e la qualità della materia pittorica - studiata nei segni, sondata in ogni sua possibilità, negli accordi cromatici come nei tagli e nelle forme - sembra proporsi con un forte processo intellettuale come estrema riflessione della pittura sulla pittura, sul tempo e sullo spazio.

I lavori presentati in questa mostra Dopo il finito sono tra i più significativi della sua intera produzione, dal 2011 in poi, e segnano una cesura con il passato e al tempo stesso ne rappresentano la sintesi, e restano emblematici per tracciare visivamente il suo percorso artistico, sicuramente ad oggi misconosciuto e non sempre valutato a pieno. Anche in questo caso il pittore ha intessuto qui un dialogo prima con se stesso e poi con il pubblico, in maniera serrata come esplicita nell’opera dal titolo Io ed io, una sorta di autoritratto allo specchio, a cui si aggiungono come riflessione ulteriore sul suo ruolo Io sono e vadooo e Anche io con voi. Presenza costante negli anni’ 60 e ’70, con alcune personali significative e un giro di boa negli anni Ottanta, la sua presenza a mostre si dirada verso gli anni ‘90 e poi, per scelta, è quasi assente dalla scena dell'arte fino ad oggi. Siciliano si è mostrato sempre con discrezione, scegliendo spesso di lavorare nell’ombra, anche se sempre in contatto, in dialogo costante, con i suoi amici artisti, gli altri Maestri dell’ Accademia: da Di Fiore a Pisani a De Stefano, per citarne solo alcuni, con i quali ha condiviso i giorni da docente e non solo, nonchè a giorno delle correnti e le ricerche artistiche nazionali e internazionali. In realtà Siciliano nella sua opera ha espresso sempre la sua cultura di uomo partenopeo e vesuviano. Il suo genius loci traspare nei continui rimandi alla dimensione del classico,intesa quale mito, a cui riferirsi e con cui misurarsi costantemente. E ha sondato territori e confini in un dialogo serrato tra classicità e avanguardia, sperimentalismo e tradizione, informale e segno geometrico, immerso com’è nel profumo delle ville vesuviane dal ricco apparato di pitture e decori settecenteschi, così come nell’humus delle antichità di Pompei e di Ercolano, echi trasfigurati che riemergono ed affiorano costantemente dalla memoria alla tela. Anche questi ultimi lavori confermano le grandi capacità di sperimentare, ma senza mai uscire dal solco della pittura, a differenza di altri partenopei suoi coetanei è poco affascinato da materiali extra-artistici e la sua ricerca resta tutta dentro la pittura, la scalfisce dall’interno. Attraverso il sapiente uso delle tecniche la superficie pittorica diviene il luogo per antonomasia della riflessione, lo specchio dei suoi sentimenti: una materia più o meno densa, stratificata, struggente, lavorata a lungo, luminosa, poetica, allusiva e nata da un lavoro serio di artista e da ricerche nate nell’alveo dell’Informale partenopeo. In queste opere decide di esprimersi con la massima libertà e di contaminare stili e linguaggi. E’ stato un artista sempre attento anche al tema della durabilità del quadro, che deve essere ben fatto, competenze che gli hanno consentito perfino talvolta di lavorare anche nell’ambito del restauro pittorico.

Dopo il finito è un ciclo di opere dal titolo emblematico ed enigmatico, poiché segna la volontà di varcare una soglia, l’aspirazione a scoprire cosa c’è oltre il confine e a riferirsi dimensioni più vaste, come una sorta di cosmogonia della pittura: segna e marca il superamento di rigidi confini e spazi delimitati di pensiero e di stile e si apre a dimensioni spazio-temporali altre, complesse ed inquietanti. La dimensione del classico come riferimento interiore si conferma dominante, ma senza una vera connotazione temporale, con effetti di notevole forza espressiva per il dialogo immaginario tra storia, memoria, filosofia e contemporaneità. E offre al pubblico composizioni perfettamente studiate nei ritmi e nei toni come in Femminile cosmico del 2011. E così affioranti dalla memoria, emergono dalla superficie in traslucenza teste gessose di Venere, da scoprire dietro la foreste delle linee geometriche che pur non le nasconde o Kouros in cardamone. Il suo essere pictor vesuvianus emerge esplicitamente nelle tele Classicismi, Dimensione pompeiana e, o in Atleta di Ercolano o in Figli del Vesuvio,immagine suggestiva e fantastica di due danzatori, reperti quasi privati che, alchemicamente, vengono fuori dai due feti sospesi sulla vetta di un vulcano il Vesuvio, interpretato schivo da ogni segno oleografico, ormai quasi irriconoscibile, con quella capacità dell’artista di rispettare lo spirito di luoghi carichi di storia in maniera sinteticamente efficace e di tradurli in luoghi dell’anima. Segue poi la lunga serie Classicismi declinati in versioni diverse: Classicismi, la Vittoria e il tempo che svela tracce ed echi della Nike di Samotrocia, Classicismi, dimensione pompeiana del 2011, Classicismi, volto di Venere e Classicismi Venere di Milo, teste marmoree che si lasciano indovinare nella densa superficie pittorica grumosa quasi porosa e vulcanica, tagliata dalla foresta di segmenti della sua “geometria inutile” e “naturale”. Affiorano ritratti nel gioco delle linee e delle masse cromatiche come in Classicismi, Ritratto di Aristotele il peripatetico o Classicismi, Artigiano pompeiano, ritratti non ritratti, volti ispirati a filosofi o ad artisti: epifania di figure dall’antico o dalla storia della filosofia come in Dimensione Nietszche e/o dall’arte come nella particolare opera Filippo Tommaso Marinetti in losanga, quasi improbabili visioni dalle suggestioni oniriche e metafisiche, tirati fuori quali costanti riferimenti culturali dell’artista. Ma ancora retaggi delle care al pittore avanguardie storiche si svelano in Sguardo per Matisse, dove nel reticolo di segni leggi facilmente l'euritmica fila di danzatrici. Sono personaggi che assurgono a simboli della sua vita e della sua cultura, della sua interiorità e della sua intellettualità. E con grande scaltrezza tecnica, subito le visioni metafisiche e le suggestioni informali sono “corrette” da forti e decisi segni: linee geometriche che scandiscono la superficie, la partiscono, e si stratificano. E’ quella che l’artista stesso definisce una “geometria inutile” o “naturale”, ma necessaria a suggerire e sovrapporre un’altra, un’ulteriore dimensione. Il pittore lavora costantemente sulla dimensione del tempo e dello spazio, per piani, immagini e stili sovrapposti e ci induce a riflettere sugli slittamenti di senso e sul flusso dei pensieri.

Così sui ricordi che affiorano dal passato e dalla materia pittorica,come elementi simbolici dell’universo dell’artista - manichini, numeri, silhouette di danzatrici o lettere di alfabeto - ecco che le decise linee geometriche in colori cangianti, si incontrano e segnano la superficie come una partitura: e scandiscono gli spazi ed anche i tempi. Linee oblique più o meno serrate,come una griglia che si sovrappone, che danno forza e vitalità su una texture densa. Anche nei titoli delle sue tele è eloquente la sua poetica: Formulazione di un pensiero astratto, Geometria naturale, Homo Homini lupus, Anche io con voi, Il naturale cosmico, Femminile cosmico, Pensiero euclideo, Quelli che cercano l'assoluto e Sentimento in dissolvenza. Ed è proprio la dissolvenza una chiave giusta per opere così complesse, che invitano ad sguardo attento, più lento, affinchè ci si soffermi ed si entri in quel mondo e si scoprano i diversi piani in dissolvenza. Scriveva già anni addietro Michele Sovente che nell’opera di Antonio Siciliano “si intrecciano i piani del pensiero, sovrapposizioni, giochi sapienti, prospettiva straniante e straniata”.

Da queste tele traspare, dunque, tutta la grande libertà dell'artista di prendere spunto dai suoi ricordi, dalla sua terra, dalla reminiscenze dei suoi studi, dai suoi filosofi amati e ricomporre il tutto in un mondo complesso, il suo: di citare rimembranze di Picasso e dei cubisti o echi di giochi alla Kandinsky.In alcune opere come in Anche io con voi sperimenta anche l’inclusione nella materia pittorica di frammenti per lo più vitrei e parti di specchio, che danno luce e sono chiari inviti alla curiosità di guardarsi dentro. O ancora spezza la superficie con lastre di plexiglass inserite per “raffreddare” la materia pittorica, per creare un diaframma, e addirittura in Io sono e vadoo arriva a incorniciare un quadrato di plexiglass con un metro vero e proprio: simbolicamente è chiaro che il pittore misura la pittura, la delimita, la studia nei sui vari effetti e differenti aspetti. Sì, studia la pittura Siciliano, la continua a studiare, e infine trasforma il quadro in oggetto complesso, un libro/dipinto che si apre, si schiude e si schiude su un altro quadro, una superficie rugosa di plastiche nere rapprese, frutto del suo mai sopito spirito di sperimentatore, fa da sfondo e da contrasto ed accoglie quello che quasi potrebbe essere un libro d’artista, il suo!

Per concludere, credo sia giusto come sempre e magari più di sempre dare la parola all’artista e non solo perché fornisca la “sua” lettura delle opere, ma come testimonianza di un Maestro sulla sua grande voglia di tornare a mostrarsi, sull’entusiasmo di non fermarsi mai nella ricerca, sul senso del suo essere prima di tutto e soprattutto un pittore che crede nel futuro del classico.

Innanzitutto perché la scelta di questo titolo tanto impegnativo, Dopo il finito, per questo tuo progetto espositivo al Pan?

1 Dovendo dare un titolo al progetto da presentare al Comune di Napoli per la concessione degli spazi e del patrocinio ho scelto Dopo il finito perché ho ripensato alle mie opere e c'è una prima istanza di espressione e poi c'è qualcosa di successivo, quasi direi “postumo”, ovvero a differenza della rappresentazione, qualcosa che viene dopo la rappresentazione tempo- spazio,e affiora in primo piano con segni geometrici. Per finito intendo ciò che è completo e definitivo; qui c'è invece un'aspirazione continua alla ricerca,è in divenire: ogni essenza di arte è un divenire e come il tempo è dinamica; quindi la ricerca artistica, l’opera non finisce, l'unica cosa finita, infatti, è la morte.

Cosa significa per te l’Accademia? Quanto è stata importante e quanto lo può essere per gli artisti del futuro?L’essere Maestro ha influito sulla tua arte?

2 Il rapporto con l’Accademia è forte: è stata l’istituzione di riferimento per tutta la mia vita, prima da studente e poi da docente. Io la vedo come i giardini medicei al tempo di Lorenzo de' Medici,epicentro della cultura fiorentina da Michelangelo, a Leonardo a Botticelli. Per me l'Accademia ècome qualcosa di rinascimentale, la vedo come una soluzione, come il luogo delle idee “rivoluzionarie” in arte, il luogo dei lucernari in senso metaforico e reale; e all'ombra della magnolia ricordo un sostare, un pensare, un riferirsi reciprocamente immagini e concetti tra allievi e tra docenti. Come docente non mi sono mai voluto attenere a procedimenti precedenti e a formule stereotipe, ho sempre invitato gli allievi alla libera espressione - la stessa a cui ho sempre aspirato io - preparando artisti potenziali e consapevoli, incitandoli ad andare oltre, a trovare la loro misura del mondo. Chi dipinge per il pubblico lo fa per mestiere e non è arte. Gli studenti sono stati essenziali per la mia produzione artistica: non si può insegnare senza imparare, l’influenza è stata reciproca, perché per dare devi prendere, senza retorica. Oggi nell’era delle scienze si può diventare artisti seguendo molte strade, ma è importante frequentare l'Accademia, per mettersi insieme, perché è un punto di incontro, un luogo di rapporti, perché il rapporto è determinante per la crescita artistica. L’Accademia “mette insieme” le persone dove tutto il seminato poi ha la possibilità di venire fuori

A quali artisti hai guardato durante la tua vita di artista, di pittore direi? Quale futuro vedi per la tua ricerca pittorica e cosa è per te il classico?

3 Aldilà dello studio classico della storia dell’arte dalla Grecia all’Ottocento romantico, mi sono appassionato alle Avanguardie storiche: l’Espressionismo, il Cubismo, il Futurismo, la Metafisica e il Surrealismo, ma la nostra avanguardia, quella della mia gioventù, era poi l’Informale. Subito dopo quella fase, tornando ad espressioni riguardanti l’immagine dell’uomo, mi è venuto di menzionare a livello intimistico e sensoriale concetti che riguardano la libertà, volendomi anche esprimere liberamente al di fuori di mode e non sottomettendomi a logiche di consenso: meglio che la massa non capisca, se capisce magari è già stato fatto…

Sono rimasto sempre collegato alla pittura perché per quanto riguarda l’oggettualità l’ho trovata perfino un po’ gratuita, poiché ogni oggetto poi diventa soggetto e tutto dipende dal contesto. Se, per esempio, incontriamo per la strada un sasso è una semplice pietra e magari gli diamo un calcio. Lo stesso in un’area archeologica è invece una pietra antica, un reperto… è un po’ questo in realtà il messaggio di Duchamp!

Il classico è dentro di noi, materia e idea che predomina… e ora amo anche segni un po’ geometrici, gestuali e ritorna tutto quanto è stato e sta in me, adesso come una sintesi, anche un po’ “scombinando”. Mi libero, vado oltre e trovo riscontro anche in certe letture che sto facendo r rifacendo, trovo sintonia con il concetto di Cesare Brandi di “astanza”, una dimensione di percezione a livello di coscienza dell’arte come realtà pura, astratta dal significato. L’arte si propone fenomenologicamente dunque nella sua flagranza, nel suo hic et nunc ed è sempre contemporanea nell’offrirsi al presente della coscienza storica.

Giovanna Cassese


 MARIO FRANCO

"Dopo il finito": visioni di Siciliano

ANTONIO Siciliano è al Pan con una mostra personale dove presenta la sua produzione artistica più recente, frutto di una ricerca espressiva ricca di una lunga storia, iniziata nella metà degli anni Cinquanta del Novecento, quando ancora studente cominciò ad esporre in rassegne locali e nazionali. I lavori presentati in questa mostra, a cura di Giovanna Cassese, vanno sotto il titolo "Dopo il finito", e sono tra i più indicativi per capire il suo percorso artistico che si è andato maturando in anni di lavoro, spesso lontano dai luoghi tradizionali espositivi.

Dopo le primissime opere figurative, Siciliano aderì alle pratiche dell'Informale, per poi giungere ad una "nuova figurazione" negli anni Ottanta, che oggi esplode in frammenti di scenari dal forte impatto emotivo, suggestioni ed iconografie metafisiche ritrovate nel territorio densamente popolato della memoria, cimentandosi in un'operazione di citazione per poi riproporsi al presente, all'interno delle inquietudini della contemporaneità.

Le opere riprendono temi e motivi di un immaginario archetipo che coniuga passato e presente in una traiettoria ellittica in cui l'opera oscilla da una dimensione performativa, ad uno stato di diversa e più raccolta delimitazione spaziale.

Forme astratte e geometriche si sovrappongono sapientemente su un impianto figurativo che mette in discussione la pigrizia interpretativa attraverso il lavoro sul colore, sui volumi, sul gesto audace.

La pittura di Antonio Siciliano si inserisce in una volontà etica che non rinnega la contemporaneità, ma la sospende in un sogno, in un incubo, da indagare e da esorcizzare. I suoi sono dipinti che oggettivizzano un contenutismo aforistico e poetico, un continuo riferimento alla visione complessiva di un passato artistico-letterario che ritorna attuale all'interno di suggestioni e nessi che provengono da lontano.

Ogni opera diventa inevitabilmente un racconto costruito dall'artista; e la narrazione, in questo caso, si segue forse più nell'impianto generale che nelle singole rappresentazioni. Antonio Siciliano analizza con la forza della pennellata lo spazio come teatro dell'essere, dove figure tragiche e grottesche, sono sospese nella rêverie della sua ispirazione.

Suggestioni ed iconografie metafisiche ritrovate nel territorio densamente popolato della memoria.

Mario Franco

Repubblica, 23 gennaio 2016


MICHELE SOVENTE

ANTONIO SICILIANO:

Siciliano non gioca minimamente sull’effetto ottico, su un illusionismo di facciata. Egli scandisce geometricamente la superficie

I segni della natura come realtà fascinosa in perenne transito dai sensi al lavorio della memoria e del pensiero sono ben visibili nei dipinti che Antonio Siciliano ha realizzato negli ultimi tempi. Dipinti densi di una luce lungamente filtrante attraverso la distanza e determinatasi con un paziente gioco di sovrapposizioni tonali, per quanto il loro colore rifiuti la brillantezza e si impegna in tutta la sua forza d’urto: essenziale, scabro, profondo, trasognato. I paesaggi che al primo colpo d’occhio ci sembra vedere, non sono paesaggi, non rimandano ad una nozione di spazio reale, fisico, ma sono forme nitide e instabili, bloccate per attimi in un allucinato intreccio di piani di un’architettura immaginaria. Beninteso, Siciliano non gioca minimamente sull’effetto ottico, su un illusionismo di facciata. Egli scandisce geometricamente la superficie, disegna la casa, fa balenare il cielo, addensa il pulviscolo atmosferico, fa sì che il grigio, il bleu, il giallo, il nero suggeriscano o rendano tangibile lo scorrere del tempo, ma ha in mente ogni volta qualcos’altro. Ha in mente il farsi il puro colore, stupefatto scenario delle immagini apparso chissà come e quando e delle immagini provenienti dallo stesso pianeta della pittura: il rimando esplicito a De Chirico non è da vedere come fredda citazione, né come memoria colta, ma come esperienza interiore, momento significativo di un percorso attraverso una tempero percettiva che sposta l’oggetto dalla sua dimensione quotidiana verso una prospettiva straniata e straniante. Se ci si prova, poi, ad osservare come Siciliano tratta ed elabora il colore, ci si rende conto di quanto complesso sia il modo di stenderlo, di farlo agire a poco a poco, senza slanci emotivi, raffreddandolo e allontanandolo. Eppure, la sua è una pittura che prende, che coinvolge, quanto più si avverte la sensazione che voglia polarizzare l’attenzione sul processo ideativo della struttura, sul rivelarsi implacabile della forma come in un gioco sottile di mosse rallentate, di simulazioni studiate, di sapienti manovre dilatorie. Ciò che viene, con metodo, rimandato più in là, in termini spaziali e temporali, è il senso più autentico e nascosto della pittura come il luogo per antonomasia del definirsi della visione mentale come possesso, continuamente deluso, di una spazialità chiara e leggibile nei suoi nessi strutturali. E quel senso, pensandoci bene, altro non è che la ricerca impossibile dello stupore in una realtà sempre più minacciata dalla banalità e dall’asfissia.


MASSIMO BIGNARDI

ANTONIO SICILIANO: Trittico per le dèjeuner sur l’herbe

Siciliano ha rimosso, in senso figurato, la patina dei suoi quadri: una patina non del tempo, ma del pensiero; una vernice quasi “beverone controriformista”. Ha scavato nella materia pittorica, riportando alla luce le tinte originali: ha scavato, perché egli si sente pittore e lo è, nella capacità tecnica ed espressiva.

A chi cerca di immettersi nel percorso di lavoro di Antonio Siciliano, dirò subito che le opere esposte in questa mostra sono dei tentativi, prototipi di una fase intermedia tra due momenti di ricerca: quella precedente, che copre tutto l’arco degli anni settanta, intimistica, chiusa in una narrazione del personale, con una pittura dai toni scuriti, sensibilizzata dalla spazialità di interni, vicina per certi versi alla pittura inglese sei-settecentesca, e quel ricercare la luce con una pittura en plein air, che si prospetta per il lavoro futuro. Resta costante, però, la pennellata, corposa e vigorosa, attenta ad un mestiere sicuro che non lascia spazio a sciatterie. Siciliano si è liberato della parafrasi, del raccontar per simbologie di rimando: il suo racconto continua nel tormento del colore, nell’accesa discussione fra i timbri cromatici, il loro rapportarsi, scandito dalla invadenza e dalla “charezza” della luce. Ha rimosso, in senso figurato, la patina dei suoi quadri: una patina non del tempo, ma del pensiero; una vernice quasi “beverone controriformista”. Ha scavato nella materia pittorica, riportando alla luce le tinte originali: ha scavato, perché egli si sente pittore e lo è, nella capacità tecnica ed espressiva. Il punto di sutura tra i due momenti è certamente rappresentato dal Trittico per le dèjeuner sur l’herbe, che rivista la celebre tela di Manet, alla luce delle osservazioni e delle chiavi di lettura che la critica ha voluto dare, prima fra tutte, la derivazione dallo schema compositivo dé Il concreto campestre di Giorgione e del giovane Tiziano. Il dèjeuner ha ispirato molti artisti: dall’universale Ricasso, con l’opera del 1961, al campano Sergio Vecchio che realizzò anni fa, 1977 – 78, un intervento ed un’ambientazione dedicata a quest’opera. Le dèjeuner sur l’herbe segna nella storia dell’arte il momento di passaggio e di sutura fra le espressioni della storia moderna e quella che impropriamente chiamiamo “contemporanea”: quel momento in cui la pittura si apre alla luce, al plein air, in parte anticipato alla scoperta della natura e dal paesaggio di confessione della pittura inglese. Per analogia, e affascinato dall’idea del “paragone” dirò, che il Trittico per le dèjeuner di Siciliano apre il suo nuovo corso che è al di là di questa mostra: un progetto le cui linee essenziali e programmatiche sono tracciate in quest’opera. C’è tutto il dèjeuner di Manet: la sua vera storia; l’ambiente realizzato nello studio; il falso plei air; il contributo dato dalla fotografia. Siciliano si scopre nel momento in cui scopre la verità dell’opera: essa è anche finzione, messa in scena, teatro. Siciliano separa i tre “spazi” che danno vita all’opera, intervenendo con il bisturi, con una perizia certosina, attento a non far sfuggire nulla all’osservazione. Ne ricava un’opera divisa in tre parti, tra loro combinabili, perfettamente perfettamente autonome l’una dall’altra. In quella centrale, è ricostruita la composizione delle figure: un tratto unico disegna e sagoma i personaggi attinti dalla tela del francese; in basso, i colori principali che realizzano la tavolozza. L’artista scompone, separandoli, i due momenti di stesura: il disegno che è il progetto, la determinazione degli spazi; il colore che ne è l’elaborazione, la luce. Sui riquadri laterali, lo sfondo scomposto nei suoi elementi principali: a sinistra il motivo che realizza la vegetazione, data nella sua sintesi cromatica; a destra lo spazio al di là degli alberi, il cielo, l’atmosfera. Un’opera questa, che segna un momento decisivo per l’artista napoletano: un definitivo inserirsi in quel focolaio di novità che vivacizza la ricerca pittorica in Campania, che non è “ritorno alla pittura” , come esigenza dettata anche dal mercato, bensì il “ritorno all’opera”, alla materia pittorica, agli strumenti.


ARCANGELO IZZO

ANTONIO SICILIANO: Grecita'

...in "Grecità" non c’è un ritorno al mito, ma una "divertita" irruzione, (un viaggio di diversione) nella pittura, impaginata nei soliti modi antiaccademici di considerare lo spazio come luogo della luce e del movimento.

La pittura di Antonio Siciliano costituisce una presenza "discreta" nel panorama dell’arte contemporanea. La "discrezione" di Siciliano e’ la qualità di chi guarda profondamente le cose (dis-cerno), ne separa le utili dalle inutili, scarta le impurità (il loglio dal grano, la seta dalla lana), misura l’estensione delle cose in forza della riduzione degli elementi; non opera secondo un’attività unicamente mentale e combinatoria, ma secondo una facoltà fantasticamente creativa. Antonio Siciliano non ha mai fatto ricorso a simboli o ad allegorie, né tanto meno si è servito di bombolette di vernice spray per scrivere sul muro o sulla tela la storia dell’imbecille che guarda il dito rivolto alla luna, non ha mai sentito l’arte come erpice e apice di potere, bensì ha praticato la pittura come "professione" (azione di riconoscimento) e "vocazione" (atto di appropriazione (dire con voce alta e sicura ciò che si conosce e si pratica, tecnica). Tutto ciò comporta, anche, la pratica della discrezione come capacità di includere stando appartato, di espandere gli spazi ristretti, senza farsi attrarre dai luoghi praticabili della moda, del gusto e delle tendenze, assecondando la libertà di contaminare stili e linguaggi, dichiarando di aver bandito ogni interesse alla forma. Così che quando tutti erano pocassiani, Siciliano sembrava (alla critica) impressionista, quando tutti erano baconiani, Siciliano risultava neofigurativo, quando si è verificato il ritorno alla pittura, il nostro artista è diventato un "citazionista". Da che cosa è dipesa questa ambiguità? Dal fatto che la pittura di Antonio Siciliano non è cambiata mai ed ha continuato ad essere solo se stessa: pittura autoanalizzantesi, movimento dell’immagine secondo la "figura" del linguaggio, legata al colore e ai materiali dell’arte. In "Grecità" Siciliano smentisce "en plein air", contemporaneamente offrendo di quest’opera una nuova possibilità di interpretazione. Il "Trittico per le dejeuner sur l’herbe" non era rivisitazione o citazione, ma un’analisi umoralmente pittorica, luminosamente materia, coloristicamente vicino più alla rilettura di Haacke che all’originale di Manet, con la differenza di aver surriscaldato in modo sensuale e mediterraneo quella visione rigidamente concettuale. Così in "Grecità" non c’è un ritorno al mito, ma una "divertita" irruzione, (un viaggio di diversione) nella pittura, impaginata nei soliti modi antiaccademici di considerare lo spazio come luogo della luce e del movimento, ove l’effimero fluisce con la verità per un gioco di professione, non per un’intenzionale ricerca di simulazione.

Arcangelo Izzo

da "OMAGGIO" - Antonio Siciliano a cura di Arcangelo Izzo 1988 Napoli


ENZO PAGANO

ANTONIO SICILIANO: Arabìa

Un pittore, Siciliano, che riflette sul senso del suo operare, che scava dentro di se, recuperando volta a volte frammenti di scenari esotici di forte impatto emotivo, suggestioni ed iconografie metafisiche, ricordi pompeiani...

Di fronte a un quadro la coscienza oscilla tra due scelta: può percepirlo come realtà o come segno. L’opera assunta inizialmente come fatto a se stante, dà l’avvio ad un’interpretazione che interrompe il flusso del percepito, facendo slittare la realtà a vantaggio di un processo intellettivo. Il quadro diventato testo, un simulacro del mondo, si offre alla lettura che, non potendo essere mai perfettamente compiuta, ritornerà nella sua perlustrazione circolare ad affermare il carattere definitivo dell’opera come realtà pura. L’approccio fenomenologico ci torna utile per individuare gli elementi costitutivi del lavoro di Antonio Siciliano. Ciò che lo sostanzia è, a mio avviso, l’intento di operare sulla pittura, facendo allo stesso tempo soggetto e oggetto del quadro. “Luoghi del tempo”, come lui steso li ha definiti, gli ultimi lavori rivelano in effetti la volontà di fissare in un’immagine una presenza: del pittore, questa volta o della pittura, come si è detto? Di entrambi, come esplicita il titolo stesso, che l’artista ha voluto dare a un suo quadro: “Pittura, pittore”. In questo lavoro un fondo notturno – ‘blue feeling’ direbbero gli inglesi, quasi una trasposizione coloristica della saturnina ‘melancholia’ dell’artista – avvolge una sagoma indistinta ma vivida dei bagliori di una tavolozza. Il fondo ‘tagliato ’ da un nero antracite conferisce alla tela un che di sensuale sospensione. La stessa aria si respira in altre opere, come in quelle dove una costruzione di losanghe tiene campo o si eleva in fondi morbidi. Un pittore, Siciliano, che riflette sul senso del suo operare, che scava dentro di se, recuperando volta a volte frammenti di scenari esotici di forte impatto emotivo (come in ‘Arabìa’), suggestioni ed iconografie metafisiche (i “bagni misteriosi” da de Chirico), ricordi pompeiani nella loro valenza di reperti privati della memoria, vesuvi come cifre simboliche chiuse all’interpretazione. Tutto ciò attraverso una pittura autocontemplativa ed introversa, struggente; una pittura, inoltre, che ha filtrato e registrato tutti i movimenti di sistole e diastole, ‘apertura e chiusura ’ della ricerca artistica degli ultimi anni; una pittura, infine, matura che fonda il suo insegnamento sulla sua stessa presenza.


ENZO PANAREO

ANTONIO SICILIANO:

Un dono di poesia che Siciliano fa a chi si accosta alla sua pittura.

Il giuoco cromatico che Antonio Siciliano offre alla nostra ammirazione nelle opere raccolte in questa personale e’, nello sviluppo della sua ispirazione, una fase ulteriore verso la conferma di un mondo poetico già ampiamente accertato nella consapevolezza della sua validità. La poetica di Siciliano, una poetica non più d’avanguardia ma acquisita definitivamente alla coscienza critica della cultura pittorica del nostro tempo, ampiamente vagliata, si è andata sempre più, nel corso degli anni, arricchendo di motivi che rientrano, ognuno per la sua parte, nella necessarietà del dialogo che il pittore ha intessuto, prima che con il pubblico, con se stesso. E se spostiamo il discorso dal fatto cromatico a quello compositivo ci troviamo di fronte a scansioni di masse che suggeriscono senz’altro una necessità ritmica, musicalmente ricorrente come certe modulazioni che fanno di un tema musicale un pretesto per una squisita atmosfera melodica. Agevola – o è, addirittura, determinante – nella resa di un mondo poetico del genere di temperamento partenopeo – Siciliano è nato in terra partenopea, appunto, nel 1936 – che convince ai toni caldi ed all’evasione dalla sfera dell’irreale per entrare in un clima di pura immaginazione - l’impegno umano è sempre presente nello sforzo da parte dell’artista a dare vita ai suoi fantasmi poetici – dove gli oggetti, sia ben chiaro, non vivono per quello che oggettivamente rappresentano, ma, emblematizzati, assumono una funzione indicativa sulla scorta della quale l’osservatore è necessario che intervenga. Ed è per tale intervento che fruendo di un quadro di Siciliano si deve ridurlo a sé, reinventandolo, reinventando cioè l’ispirazione, il momento primo da cui l’artista è partito per la sua ricerca. Non è più, pertanto, questione di titolo – la costruttività del titolo mai si adatterebbe ad opere del genere – ma di personale interpretazione. Un dono di poesia che Siciliano fa a chi si accosta alla sua pittura. Un dono dal quale, oggi che di poesia nella vita non se ne trova molta, a Siciliano bisogna essere riconoscenti.